L’icona della Madonna di Casaluce ha una storia molto particolare, è venerata in due luoghi: Casaluce e Aversa, le quali custodiscono la piccola immagine a periodi alterni durante l’anno. L’opera raffigura la Vergine col Bambino ed è dipinta su una piccola tavoletta di tiglio.
La storia del dipinto bizantino inizia a Gerusalemme e fonde l’iconografia della Madonna Eleusa (“la Madonna Dolce”) e della Madonna Odigitria (“la Madonna che indica la via”), è tradizionalmente attribuito a San Luca Evangelista.
Per salvarla dalla distruzione, nel 1277 il viceré Ruggero Sanseverino la condusse a Napoli facendone dono a re Carlo I d’Angiò. Insieme all’icona furono offerte anche due idrie, che si diceva fossero quelle in cui, durante le nozze di Cana, Gesù tramutò l’acqua in vino. Poco prima della sua morte, il re chiese a suo nipote Ludovico di costruire un santuario per custodire tali reliquie.
Ludovico però, divenuto vescovo di Tolosa, preso dai suoi incarichi ecclesiastici non riuscì ad occuparsene e le richieste del morente re Carlo furono, infine, esaudite da Rainulfo del Balzo, barone di Casaluce. Il nobile diede vita al primo e più antico santuario della diocesi di Aversa “L’abbazia di Casaluce”.
Nel 1772, l’icona venne proclamata da Papa Clemente XIV patrona della città di Aversa e dell’intera diocesi, grazie all’intercessione del vescovo di Aversa. In seguito a tale proclamazione, gli aversani iniziarono a chiedere che l’icona stazionasse nella città per almeno due mesi l’anno. Ad Aversa la Madonna di Casaluce viene festeggiata la seconda domenica di settembre, mentre a Casaluce viene celebrata la prima domenica di ottobre.
Il Castello di Casaluce
Il Castello fu costruito da Rainulfo tra il 1024 e il 1030, come avamposto dei domini di Aversa contro le mire di espansioni di Capua, con una visuale di territorio vastissimo: da Capua a Maddaloni, da Casertavecchia a Napoli. Distrutto quasi del tutto nel 1135 da Ruggero II nella durissima rappresaglia contro Aversa e le fortezze che gli si erano ribellate, il Castello rimase a lungo abbandonato anche per via dello scaduto ruolo strategico – subendo delle riparazioni soltanto qualche tempo dopo, quando il villaggio di Casaluce, seguendo le vicissitudini politiche dell’intera zona, cadde prima sotto il dominio degli Svevi e poi di quello degli Angioini. Raimondo Del Balzo nel 1359 lo donò ai monaci Celestini.
I Celestini, la cui dimora era il castello di Casaluce, stanchi di avere guardie ad aprire i cancelli, addestrarono un corvo a dire “chi è” e, alla risposta dell’ospite, l’animale gracchiava “non si può”. Durante la loro assenza, per via di una battuta di caccia, il corvo non fece entrare la regina Giovanna, che pensò che il rifiuto provenisse da un guardiano del castello. Indispettitosi, Giovanna cacciò dal castello i celestini. La storia, fortunatamente, si concluse nel migliore dei modi. La regina sentendo la giustificazione dei celestini riguardante l’oltraggio subito, scoppiò a ridere e finì per farli ritornare in casa loro regalandogli anche un campanile.
Soppresso il convento nel 1808 in seguito alle riforme bonapartiane, il complesso fu venduto – ad esclusione naturalmente della chiesa e dell’attigua canonica – a privati che lo trasformarono parte in fattoria, parte in abitazioni: funzioni con cui è giunto fino a noi. La sua struttura è a pianta quasi quadrata, con una cinta muraria rafforzata agli angoli da quattro grandi torri, caratterizzato da una seconda cinta muraria. È circondato da un profondo fossato, dove una volta vi scorrevano le acque del fiume Clanio, ora scomparso in seguito ai diversi lavori di bonifica dei Regi Lagni susseguitosi dal Cinquecento a oggi – si sviluppava una seconda cinta muraria (ancora adesso perfettamente visibile) costruita con lo scopo di proteggere l’annesso insediamento agricolo. Il complesso è stato recentemente oggetto di massicci lavori di restauro da parte della SBAAS di Caserta e Benevento. Quel che resta dell’edificio originario sono: le finestre ogivali, il chiostro, qualche cella dell’ex monastero e l’appartamento abbaziale. Al centro del chiostro c’è un pozzo. Il chiostro era stato parzialmente rinforzato nel cemento.
Santuario di Santa Maria ad Nives
Il Santuario di Santa Maria ad Nives alla fine del ‘200 era una cappella del castello normanno fatto da Raimondo del Balzo. Il portale a ogiva, un tempo era ornato da una decorazione a tasselli, composto da una lunetta con una scultura che raffigura la Madonna col Bambino tra gli Angeli, la cui struttura è ispirata a gruppi scultorei realizzati a Napoli da Tino da Camaino. La Parrocchia S. Maria ad Nives in Casaluce ha sede nell’Abbazia Santuario di Santa Maria di Casaluce; essa fu trasferita dopo che ci fu la soppressione dei beni degli ordini religiosi del 1813.
In origine, la Parrocchia S. Maria ad Nives fu eretta nel 1600 e si trovava, la struttura della Chiesa Parrocchiale, nell’attuale via Dante in Casaluce, che venne demolita agli inizi degli anni settanta. L’attuale Abbazia Santuario Parrocchia lunga 36 metri e larga 8, ha una sola navata a quattro campate con cappelle, note come “le sette porte”. Dietro l’altare maggiore viene conservato il coro in legno di noce, costruito nel 1500 dai Monaci Celestini. Attualmente l’Abbazia Santuario Parrocchia di Casaluce presenta completato, sotto la volta gotica, il ciclo pittorico degli affreschi della scuola di Giotto. Un appartamento attiguo alla chiesa funge da Casa Canonica, mentre dietro l’edificio si erge la torre campanaria.
L’Abbazia Santuario di Santa Maria di Casaluce con l’annesso monastero è appartenuta all’Ordine dei Monaci Celestini, che per cinque secoli hanno diffuso la devozione alla Madonna di Casaluce.
Ci sono varie storie che spiegano il motivo per il quale l’icona della Madonna di Casaluce resti 8 mesi a Casaluce e 4 mesi ad Aversa. La prima racconta che ogni giorno la Vergine si presentava alla porta della chiesa dei Celestini ad Aversa, ma un corvo emettendo il suo verso distintivo, rispondeva sempre con un suono interpretabile come “cras”, che significa “domani” in latino. La Madonna, stufa, si recò a Casaluce, dove venne accolta.
La seconda teoria, più veritiera, è che i Celestini, amando alla follia la Madonna di Casaluce, finivano per portarla sempre con loro ovunque andassero. Il problema è che nelle zone del castello, in estate, il caldo era insopportabile. Poiché il clima era più fresco durante questa stagione, trasportavano la Madonna nella città normanna. Questo modo di fare dei celestini è diventato tradizione.
Sia la chiesa sia i vani adiacenti portano chiari segni delle trasformazioni trecentesche operate per adeguare la struttura alla sua nuova funzione; pesanti alterazioni vennero messe in opera anche nel Settecento. Nei locali della chiesa sono stati ritrovati diversi e pregiati affreschi attribuibili al pittore fiorentino Niccolò di Tommaso. Molti affreschi sono stati strappati dal muro ed erano conservati dagli anni ’70 fino a poco tempo fa nel deposito del Museo di Capodimonte, i quali da qualche mese sono tornati nell’abbazia per poi richiedere un finanziamento per restaurare gli affreschi e le cappelle.
Nella chiesa del castello, sono presenti anche le vere ampolle che Gesù utilizzò nel miracolo della tramutazione dell’acqua in vino, conosciuto anche come “miracolo delle nozze di Cana”, il primo che Cristo ha eseguito.
Durante i lavori di rifacimento post terremoto i muri sono stati rafforzati con cemento per incamerare il colonnato originario. L’abbazia è piena di affreschi e alcuni sono simboli riconducibili ai cavalieri Templari.











