La chiesa di San Pietro a Majella è attualmente conosciuta come chiesa dei santi Filippo e Giacomo. Le sue origini risalgono al 1300 quando Carlo II D’Angiò fece costruire una cappella per il castello aversano. Nel 1309 fu costruita l’abbazia di San Pietro a Majella in memoria del santo eremita abruzzese, divenuto papa col nome di Celestino V. Dopo il pontificato e la canonizzazione, fu fondato l’ordine dei Celestini e la congregazione, ai quali fu affidata la cura dell’abbazia fondata da Carlo.



I Celestini, dopo la morte di Andrea d’Ungheria, erede di Carlo, acquisirono un’ala del castello che trasformarono in convento. Durante i mesi estivi il complesso aversano ospitava anche i Celestini di Casaluce, a causa delle numerose paludi che circondavano il loro convento. I monaci portavano quindi con sé il dipinto della Madonna. Da questo momento in poi prende vita la celebre tradizione del passaggio dell’icona da Casaluce ad Aversa.

Con l’arrivo dell’icona della Madonna ad Aversa, i candelabri oggi esposti ai lati della chiesa, nelle vicinanze dell’altare, venivano sostituiti con una coppia degli stessi in argento puro, con lo stemma dei celestini (finanziatori dell’evento). Ai lati del tabernacolo sono presenti delle incisioni in oro che dettano la preghiera che il sacerdote recitava durante il momento dell’Eucarestia.

Ancora oggi, il passaggio suggestivo dell’icona votiva della Madonna di Casaluce, avviene il 15 giugno presso l’Abbazia di San Lorenzo ad Septimum, per poi essere trasferita nella Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, ed il 15 ottobre farà ritorno a Casaluce. L’icona della Madonna di Casaluce, risiede nella Cappella del Castello di Casaluce per 8 mesi l’anno, durante il quale acquisisce il nome di Chiesa della Madonna di Casaluce. Durante il periodo che l’icona è esposta ad Aversa nella chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, il Santuario viene chiamato Santa Maria ad Nives.

La Madonna di Casaluce, completamente in argento, è da sempre stata a rischio di furti. Quando la tecnologia non aveva ancora donato le videocamere al mondo, venivano assoldate delle guardie che sorvegliavano la Madre bruna, giorno e sera, dormendo in chiesa, nella zona in cui ora è presente l’organo. Quest’opera argentata ha un grande valore ed è stata spesso sfortunata. Nella sua permanenza a Casaluce, un ignoto, senza apparenti motivi, si avvicinò al baldacchino e ruppe, con le sue ginocchia, il quadro contenuto in esso. Le chiese della Madonna di Casaluce di Aversa e di Casaluce stessa chiamarono un esperto del restauro e dell’indoratura, Nicola Martiniello. Lui era addetto allo smontaggio e all’assemblaggio per intero, all’arrivo e alla partenza, della Madonna bruna da Aversa e da Casaluce. Nicola ricompose il quadro e diede direttive agli esperti delle Belle Arti di Napoli, gli stessi che successivamente hanno concluso il suo lavoro con la pulitura dell’opera. Oggi è ancora visibile la cicatrice indelebile sul volto della Vergine.

Nella foto il ritorno a “casa” del quadro terminato. Nicola Martiniello a destra.

 

Storia altrettanto sfortunata accadde per la stessa divinità, nei primi anni del 1980. Durante la sua sosta a Savignano, la Madonna subì il furto di tutto il suo argento, venne depredata anche la corona (d’argento puro), fu lasciato solamente il baldacchino in legno, distrutto e smontato, spoglio della sua lamina. Ancora una volta fu chiesto l’aiuto di Nicola Martiniello, perché era l’unico in grado di restaurare le componenti e di rimetterle insieme. Egli conosceva tutti i singoli dettagli dell’opera, gli stessi che ricostruì varie volte per passione. La stessa passione con cui creava Madonne di Casaluce e altre divinità in grandezza naturale e non.

In foto Nicola Martiniello che regge la sua opera appena conclusa.

Dopo il furto, fotografi, artisti e artigiani delle Belle Arti di Napoli, si recarono all’abitazione di Nicola, dato che possedeva una replica costruita interamente da lui in legno, a grandezza naturale, della Madonna di Casaluce, con la quale ottennero, grazie al suo aiuto, tutte le indicazioni e tutti i dettagli, anche i più minuscoli, per poterli riprodurre in argento pieno.

Nicola riassemblò e restaurò il baldacchino, supervisionò e diresse il lavoro delle Belle Arti di Napoli nell’applicazione della lamina d’argento (di cui l’opera è ricoperta) e diede indicazioni sulla costruzione dei dettagli in argento pieno, come rosoni e angioletti sulla cima della Madonna. Ogni giorno, infatti, l’artigiano aversano veniva prelevato per essere portato in accademia. Artisti come Nicola Martiniello, pur avendo avuto un ruolo fondamentale nei confronti della città, in particolare della Vergine bruna, restano spesso nell’ombra, ma ciononostante, faranno sempre parte della storia di Aversa.

Articolo di giornale d’epoca, raccontavano dell’avvenimento, in allegato per la lettura.